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Intellettuali e potere in Urss (1917-1991). Bilancio di una crisi

14.75

Autore: Antonio Moscato
Anno edizione: 1955
Pagine: 272

Descrizione

La ristampa, con alcuni aggiornamenti, del testo di Moscato sul rapporto tra intellettuali e potere nella storia dell’Unione Sovietica è opportuna, non solo perché permette di ritrovare un’ opera andata oramai esaurita, ma soprattutto perché offre materiale e motivi di riflessione su quello che è un nodo centrale dell’URSS e sul suo intero arco storico. Moscato analizza lo stato della cultura e dell’intellettualità sovietica nel momento di vittoria della rivoluzione. La panoramica sui fatti storici si intreccia puntualmente, per tutto il corso del testo, con L’analisi del dibattito culturale e tocca teatro, cinema, musica, arti figurative, letteratura, ecc. Emerge il quadro di fermenti, discussioni, speranze che, sino al 1917, si riconoscono soprattutto nelle correnti rivoluzionarie che percorrono tutta la società sovietica e solo in parte nei bolscevichi. Gli anni che seguono il 1917 rappresentano una stagione unica e irripetibile, in un intreccio di dibattito politico (la pace di Brest

Litovsk, la fondazione dell’Internazionale, la prospettiva della rivoluzione mondiale, la nascita dei partiti comunisti) e culturale con le prime adesioni al bolscevismo (Blok, Majakovskji, Mejercol’d), le riserve e le critiche di settori accademici (Pavlov), la difficile ricerca di una nuova politica mai sperimentata. La realtà sociale appare viva, ricca, articolata ma inizia a spegnersi negli anni immediatamente successivi per le conseguenze della guerra civile, dei rischi di soffocamento della prima esperienza socialista successiva alla Comune di Parigi, della mancata rivoluzione nei maggiori paesi capitalistici. Moscato critica le limitazioni alla libertà di stampa e la soppressione prima del pluripartitismo, poi delle correnti all’interno del partito comunista, premessa di un potere personale, negatore delle stesse idealità rivoluzionarie. Il testo ripercorre gli anni venti e le

progressive chiusure (drammaticamente esemplari il suicidio di Majakovskji e le limitazioni all’opera di Eizenstein), la soppressione di istanze libertarie, il sostituirsi al libero dibattito politico, culturale, scientifico, la verità di partito e di culto del leader. Esemplare l’imbalsamazione, non solo fisica di Lenin. Il periodo successivo vede la cancellazione e la persecuzione delle opposizioni.

Moscato individua nel biennio 1932-1934 l’ultima possibilità di esprimere un’alternativa alla leadership di Stalin, date le molte tensioni che ne incrinano il potere. L’assetto dell’URSS si cristallizza solo nel 1934, dopo l’assassinio di Kirov. Il caso “Lysenko” è forse il fatto più evidente dell’assurdo tentativo di applicare alla scienza e alla cultura in generale il concetto della partiticità (in questo caso la teoria delle due scienze borghese e proletaria). L’autore giudica pesante e non limitata agli anni quaranta e cinquanta l’eredità dello stalinismo che ha continuato o continua a esprimersi in mille modi e forme. Moscato è storico del movimento operaio e non certo specialista della storia della cultura. Per questi motivi, la lettura dei fatti culturali è sempre subordinata all’attenzione prestata per le trasformazioni del partito comunista dello stato sovietico. La cronologia ragionata non aggiunge molto a quanto già noto, ma è certo utile a fini didattici. La ristampa del testo, a nove anni dalla prima edizione, permette un bilancio anche “sull’ultimo tentativo, fallito, di autoriforma della burocrazia”. Moscato difende le tesi già esposte nel suo Gorbaciov, rifiutando sia l’esaltazione, oggi comunque inusuale, dell’ultimo leader dell’URSS sia il ritorno a vecchi miti consolatori che ne addebitano la crisi a tradimenti o complotti.

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